D'anni fra i morti ne credo due scorsi
e ancora il respir mi traversa il bronco,
ma lo spirto mio va a decomporsi.

se il fin della traversia avanza monco.
Che la mia voce a recontar sia serva
perché qui dussi testa, gambe e tronco:

L'Ade del corpo l'animo conserva
e chi a cor lo tien ne tenta il ristoro,
presti l'orecchio chi su ciò ha riserva.

Mi chiamano Orfeo dalla lira d'oro,
la qual mi fece in dono il dio che adorna
il cui capo una corona d'alloro.

La lirica da Apollo mi ritorna
quando la mano pizzica le corde
e il suono trapassa per guscio e corna.

Ei mi da in verso parola concorde
ed io la spendo per la mia congiunta
che è morta come la moira morde

con una serpe e con la sua punta.
Bosco fosti ingrato del mio strumento
T'ho reso lieto, tu hai resa defunta

ella ch'era per me gioia, mi pento
d'ogni nota spenta sotto le fronde,
in cambio non mi hai dato che tormento.

Ma Euridice non con urla iraconde
varcherà del suol superno le porte,
Lei attendeva fra creature immonde

ed io ne dovetti tentar la sorte;
lira sulla spalla mi incamminai
per incontrar gli dèi della morte.

Se il sentiero di Caronte è un viavai
per quel nel cui ad andar non si è costretti
un saggio vi si addentra men che mai.

L'antro è il covo de' profani rigetti
che non si volle dimorar sulle erbe
e solo l'amor qui tien gli occhi stretti,

di volti deformi e figure acerbe
i fianchi della cava son gremiti,
infine giunsi al primo delle inferbe.

Cerbero, che sta a guardia dei periti,
si ciba di viventi e le ombre lascia
passar oltre le fauci stalattiti.

Ma quando la lira un tono rilascia
d'ogni famiglia la fiera s'incanta,
di tre teste pur l'ultima si accascia.

Oltre la guardia la regione vanta
gran selezione di acuto supplizio,
crudel penar che non puote alma santa

sostener di tal pensier l'esercizio.
Le cupole son tomba pei mendaci,
pei ladri e pe' ogni lator di vizio;

possano aver trovato le lor paci
nel suon delle mie note quegli abietti
per quanti attimi sono efficaci

alti versi contro divin precetti.
Scorta la reggia di quanta disgrazia,
verso essa mi diressi a passi retti.

Col pianto mi accingevo a chieder grazia
e giunto al cospetto di Ade e sposa
intonai musica che il petto strazia.

La morte n'è gentil né generosa
e quant'assai i' supplicai quel dio
n'ebbe effetto che di mutargli posa.

Dolce implorai dell'amata il rinvio,
ma ciò l'idea non temprò de' miei osti,
essi onoran la legge dell'oblio.

Or nella dea gli auspici eran riposti,
ma la consorte in rifiuto si scosse
mentre gli aspetti teneva composti.

Forte suonavo, le dita ormai rosse,
pregando di Persefone il governo,
lo sguardo d'ella ancor non si commosse

e se io dovrò cantarle in eterno,
al fin che il capo si muova a tal cenno,
per quel tempo permarrò nell'averno.










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Language/Lingua: Italian/Italiano   

Orfeo nell'Oltretomba is a poem written in terza rima stanzas of hendecasyllable verses regarding the descent and stay of Orpheus in Hades, in the hope of persuading the gods to give life back to his beloved Eurydice.

Orfeo nell'Oltretomba è una poesia in terza rima con versi endecasillabi riguardo la discesa e la permanenza di Orfeo nell'Ade nella speranza di convincere gli dèi e restituire la vita all'amata Euridice.


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